Emergenza Niscemi, tutte le cause scientifiche della frana
La frana di Niscemi spiegata dalla scienza: cosa emerge dall’analisi condivisa da Nuovi Mondi – Astronomia e Scienza e perché è importante comprenderne il contesto geologico
La pagina social Nuovi Mondi - Astronomia e Scienza ha pubblicato un approfondimento che sta aiutando a fare chiarezza su quanto accaduto a Niscemi. Fin dall’inizio, il post parla esplicitamente di “LE CAUSE SCIENTIFICHE DELLA FRANA SI NISCEMI”, sottolineando come la lettura dell’evento debba essere affidata all’analisi geologica e non alla percezione immediata del disastro. Negli ultimi giorni, infatti, non si è assistito a un crollo improvviso, ma a un fenomeno più subdolo e complesso, che tende spesso a essere frainteso nelle prime ore. È proprio questo il punto centrale evidenziato dalla divulgazione scientifica: capire come e perché il terreno si muove è essenziale per valutare i rischi reali.
Quando il terreno si muove senza “fare rumore”
A trarre in inganno è soprattutto la lentezza del fenomeno. In questi casi non c’è un boato, non c’è un istante preciso che segna l’inizio del disastro: il versante cambia forma, si deforma, si abbassa. Crepe, avvallamenti e spostamenti progressivi sono segnali che raccontano una storia che inizia molto prima di diventare visibile. Secondo quanto spiegato nel post, si tratta di dinamiche che possono durare a lungo, evolvendo quasi in silenzio e lasciando l’impressione che tutto sia ormai concluso, quando in realtà il processo potrebbe essere ancora in atto.
Le cause scientifiche della frana di Niscemi
Ed è qui che arrivano le informazioni più rilevanti. Come si legge nel post di Nuovi Mondi – Astronomia e Scienza, a Niscemi si è verificata una frana a scorrimento, in cui la massa di terreno non cade di colpo, ma scivola lentamente lungo una superficie di debolezza nel sottosuolo. In circa ore, il terreno si è abbassato di circa 20 metri, un comportamento tipico dei terreni argillosi presenti nell’area. Il meccanismo osservato è compatibile con uno scivolamento roto-traslazionale lento: inizialmente il versante ruota, con la parte alta che sprofonda e quella bassa che tende a sollevarsi, come se il fianco della collina “si fosse seduto”. Successivamente, il movimento evolve in uno scivolamento in avanti su una superficie più piana.
Secondo gli studi e il confronto con le frane storiche di Niscemi, il fenomeno sarebbe l’effetto finale di movimenti lenti e profondi, controllati dalla stratigrafia argillosa. Anche lievi variazioni della pressione dell’acqua nel sottosuolo possono aver indebolito alcuni livelli, riattivando un sistema franoso preesistente. Per questo motivo, la frana potrebbe non essere ancora del tutto arrestata: eventi di questo tipo sono lenti ma persistenti, capaci di durare mesi o anni, con accelerazioni legate all’umidità del terreno anche in assenza di piogge intense.
La frana di Niscemi, dunque, non è casuale né improvvisa, ma il risultato di un equilibrio fragile che si è rotto lentamente in un territorio geologicamente predisposto.
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